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Alla corte di Singer: Varsavia, via Krochmalna e altre storie

  • Immagine del redattore: Martina Nicelli
    Martina Nicelli
  • 23 gen
  • Tempo di lettura: 3 min
I. B. Singer - Alla corte di mio padre - 1966
I. B. Singer - Alla corte di mio padre - 1966

Mi chiedo come sia possibile che certi romanzi passino dall’essere dei semplici guizzi, dettati dalla noia del momento, dalla bellezza della copertina o dal fascino degli Adelphi, o da uno scaffale all’altezza giusta, o dalla passione temporanea per un titolo particolarmente armonioso, e finiscano per diventare delle storie che ci allappano e poi ci lasciano la bocca impastata del loro gusto dolce e malinconico, sempre più sfuggente man mano che scende l’acqua, ma mai dissolto.


Alla corte di mio padre è finito tra le mie letture un po' per caso, come la maggior parte di quello che leggo che non sia di Stephen King o non rientri tra i gialli che si trovano nella sezione “romanzi gialli” della libreria.


Anzi, se il mio occhio ci si è posato in modo casuale, la scelta a dire il vero non è stata priva di pensiero. Alla corte di mio padre è un romanzo autobiografico di Isaac Bashevis Singer, fratello di Israel Joshua Singer, da me conosciuto e amato (all’inverosimile) per La famiglia Karnowski, di cui vi ho già parlato qui. Sapevo che era stato uno scrittore ebreo-polacco di lingua yiddish, sapevo che aveva vinto il Premio Nobel per la letteratura ad un certo punto (scopro poi nel 1978) e nulla più.


Di ascendenza rabbinica, Isaac Bashevis Singer trascorse l’infanzia in un quartiere popolare di Varsavia, dove il padre aveva il suo «Beth Din» (ossia, il tribunale religioso ebraico): l’esperienza di questo ambiente osservante e avventuroso, domestico e insieme sacrale viene rievocata proprio in Alla corte di mio padre, libro che, come vi dicevo, mi sono ritrovata tra le mani quasi per caso.

Il tribunale rabbinico, come ci avverte lo stesso Singer nell'introduzione, è un'antica istituzione presso gli ebrei. In questo libro esso è al centro della scena; ma il libro "racconta la storia di un tribunale rabbinico e di una famiglia insieme - così legati fra loro che era difficile dire dove cominciasse l'una e dove finisse l'altro".


La lettura è partita lentamente, quasi svogliata: quei capitoli brevi, sconnessi l’uno dall’altro, proprio non mi andavano giù. Non c’era una storia, i protagonisti cambiavano continuamente da un capitolo all’altro. Poi ho capito dove stava la chiave di lettura: dovevo diventare il piccolo Isaac, immergermi nel suo mondo fatto di ubbidienza, riti e cantilene, stupore e timidezza. Fino a che non mi fossi trovata anche io in via Krochmalna, tra carretti e peyes spettinati, vedove disperate e arroganti usurai, non sarei mai riuscita ad apprezzare fino in fondo i racconti raccolti.


Tanto è vero che ai più questo romanzo non è affatto piaciuto, e va bene così. Sono profondamente convinta che Isaac Bashevis Singer, in fondo, questo libro lo abbia scritto per sé, per fare chiarezza nei propri ricordi e per testimoniare un mondo che, lo sapeva già, ad un certo punto non sarebbe più esistito.


Arrivata all’ultimo capitolo, con un Isaac ormai quasi adolescente, lontano da Varsavia dove imperversano gli albori della Prima Guerra Mondiale, ho pianto disperatamente, come un bambino al quale viene sottratto, con spudorata cattiveria, il gioco prediletto. Come farò, ora, a sopravvivere senza le sue storie? Come facciamo, ora, a sopravvivere senza un micromondo che, né a Varsavia, né dovunque, esiste più?


In questo mondo ci sono certi strani tipi, i cui pensieri sono ancora più strani di loro…” dice il piccolo Isaac all’apertura del primo capitolo, e non è un caso che questa sia la prima frase che lui stesso, quasi sessant’anni dopo, ci presenta: come a dire, il mondo è fatto a suo modo, ed è bene che sappiate di tutto e un po'. Solo così potrete sopravvivere (forse). Perché i secoli corrono e cambiano e scompaiono, i “tipi strani” no…

 

 

 

 

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